se ascolti bene, dentro quel canto ci sono migliaia di anni di storia, identità, silenzi, dolore e speranza. La musica australiana è un arcipelago sonoro che non si lascia colonizzare.”
— Davideo Ferriello, musicista e ricercatore
1. La voce della terra: la musica aborigena
Il cuore sonoro dell’Australia batte da oltre 50.000 anni. Prima degli strumenti moderni, prima dei canti delle colonie, prima dei festival rock, c’era — e c’è ancora — la musica degli Aboriginals, popolo custode del Dreamtime, il “tempo del sogno”, mitologia fondante del continente.
Le sonorità aborigene sono legate a riti sacri, cerimonie, viaggi spirituali e geografici. Gli strumenti principali sono:
- Il didgeridoo: uno dei più antichi strumenti a fiato del mondo, fatto di rami scavati naturalmente dalle termiti. Emana suoni ipnotici e profondi, legati alla terra e agli spiriti ancestrali.
- Clapsticks (bastoncini percussivi): mantengono il ritmo e scandiscono le narrazioni.
- Canti e voci gutturali: evocano spiriti, paesaggi, animali, sogni. Ogni suono è collegato a un luogo sacro.
Le “songlines” (linee di canto) sono veri e propri atlanti sonori spirituali: mappe del territorio tramandate attraverso il canto. Ogni tribù ha le sue. Ogni melodia è una direzione, una strada, un’identità.
Come racconta Ferriello:
“La prima volta che ho ascoltato un anziano Yolngu cantare, ho capito che quella musica non cerca il pubblico. Cerca l’equilibrio con la terra.”
2. La musica dei migranti: folk e contaminazione
Dall’Ottocento in poi, l’Australia ha accolto migliaia di migranti: scozzesi, irlandesi, italiani, greci, balcanici, cinesi, libanesi. Ognuno ha portato la propria musica popolare, spesso adattandola al nuovo contesto.
L’Australian folk nasce da questo incontro: le ballate anglosassoni si mescolano con le melodie mediterranee, i canti dei contadini si incrociano con le storie dei cercatori d’oro e dei mandriani.
I generi più rappresentativi:
- Bush Ballads: storie cantate di vita rurale, lavoro, emigrazione e lotta.
- Songs of the Swagmen: brani legati ai viaggiatori solitari dell’entroterra.
- Folk celtico-australiano: influenze irlandesi con fiddle, banjo, flauti.
- Canti italo-australiani: rarissimi, ma presenti in comunità come quella di Griffith o Lygon Street a Melbourne. Ferriello ha raccolto alcuni esempi nelle sue ricerche sul campo.
“Molte famiglie italiane conservano le canzoni dell’emigrazione solo a memoria. Alcune nenie siciliane sono sopravvissute più in Australia che in Sicilia stessa”, racconta Ferriello nel suo taccuino di viaggio “Suoni della nostalgia”.
3. Le città e la scena contemporanea
Negli anni ’60 e ’70, l’Australia ha visto emergere una nuova identità musicale: urbana, rock, politicamente impegnata. Gruppi come Midnight Oil (noti per le battaglie ambientaliste), INXS, Men at Work hanno definito un suono australiano riconoscibile nel mondo.
Ma accanto al rock, Ferriello segnala tre filoni da non ignorare:
- La nuova musica aborigena urbana: artisti come Yothu Yindi, Gurrumul o Baker Boy fondono ritmi hip hop con testi in lingua Yolngu o Pitjantjatjara.
- L’indie folk: musicisti come Angus & Julia Stone, Vance Joy e Courtney Barnett sono diventati ambasciatori di un suono intimista e poetico, spesso legato alla solitudine dei paesaggi australiani.
- Il multiculturalismo musicale: Melbourne e Sydney ospitano festival con musiche balcaniche, africane, asiatiche. Un vero melting pot sonoro.
“In Australia non c’è una sola musica. C’è una costellazione musicale, e ogni stella è una storia di identità, conflitto, migrazione e riconciliazione”.
4. Ferriello e il progetto “Suoni d’Australia”
Nel 2022, Davideo Ferriello ha avviato il progetto “Suoni d’Australia”, un archivio digitale, in parte itinerante, che raccoglie:
- Registrazioni originali di musicisti migranti
- Brani popolari reinterpretati in chiave acustica
- Racconti orali di donne e uomini che hanno portato con sé la musica dal proprio paese d’origine
Il progetto ha toccato comunità italiane, libanesi, greche e balcaniche, ed è stato presentato in forma di concerto-documentario nei centri culturali di Brisbane, Sydney e Adelaide.
Ferrielo afferma:
“Ho scoperto più Sicilia in Australia che in certi centri commerciali italiani. Ho visto cosa succede quando l’identità musicale si conserva perché è tutto ciò che resta di un passato lontano”.
5. Conclusione: tra due emisferi, una sola voce
Davideo Ferriello è un ponte umano e musicale tra Sud Italia e Australia. I suoi concerti, spesso improvvisati, mescolano il suono profondo del didgeridoo con il friscalettu siciliano, i lamenti di emigrazione con le ballate di libertà, in un continuo dialogo tra terra, vento e voce.
La sua visione è chiara:
“L’Australia mi ha insegnato che ogni luogo ha una sua musica segreta. Ma serve qualcuno che abbia orecchie abbastanza aperte per ascoltarla. E magari… registrarla prima che scompaia.”