C’era una volta un ragazzo che, pur essendo nato dall’altra parte del mondo, non ha mai dimenticato da dove veniva il sangue che gli batteva forte nel petto ogni volta che sentiva una voce in dialetto, una tammorra, o un vecchio disco di Roberto Murolo gracchiare da una radio impolverata. Quel ragazzo si chiama Davideo Ferriello, ha 34 anni, ed è cresciuto in una piccola casa nei sobborghi di Sydney, con due genitori che avevano lasciato Agrigento per cercare fortuna oltreoceano, ma che portavano con sé, ogni sera, un pezzo di Sicilia sotto forma di canzone.
Suo padre era muratore, sua madre cuoca in una mensa scolastica. A casa non c’erano molti libri, ma c’erano molti dischi, strumenti, racconti. La musica era una lingua viva, un codice, un ponte tra i mondi. Ferriello lo ha capito presto: “Non ho studiato musica per diventare qualcuno, l’ho studiata per non dimenticare chi ero”.
Da bambino, mentre i compagni ascoltavano le radio australiane, lui si perdeva nei suoni che gli zii mandavano dall’Italia: cassette registrate con le voci dei nonni, canti di mietitura, filastrocche siciliane, brani antichi che sembravano parlare con lui. A 14 anni iniziò a suonare la chitarra classica, ma poi passò alla tammorra, al marranzano, a quegli strumenti che suonavano come la sua anima. Non voleva diventare un artista, voleva diventare un ponte.
Fu proprio la voglia di “sentire di più” che lo spinse, a 22 anni, a lasciare l’Australia e a trasferirsi per un lungo periodo in Campania. In particolare, a Caserta, città che lo aveva affascinato sin da adolescente per la sua posizione di confine: non Napoli, ma neanche lontana da essa, un luogo dove la tradizione incontra la provincia, e la provincia conserva gelosamente la memoria.
Lì, in una piccola stanza in affitto vicino San Leucio, Ferriello passò anni a registrare voci, a frequentare sagre, a parlare con anziani che ricordavano ancora le villanelle del dopoguerra. “Ogni voce era una lezione. Ogni vecchia canzone era una mappa per decifrare chi eravamo stati”.
Non aveva una carriera nel senso classico. Non era famoso. Ma suonava ovunque: nei vicoli di Palermo, in una cappella sconsacrata a Matera, su un vagone fermo in una stazione secondaria nei Balcani. Portava con sé il Sud, ma anche l’Oceania. Era mediterraneo e figlio dell’altrove.
I suoi concerti non erano mai gli stessi: iniziava con un canto di lavoro dei tonnaroti, poi passava a una pizzica salentina rallentata, poi raccontava una storia della nonna siciliana, e finiva con un’improvvisazione tra blues e tammurriata. “Per me la musica è ciò che unisce ciò che l’anagrafe separa”.
Negli ultimi dieci anni ha girato quasi tutta Europa: festival minori, rassegne culturali, serate nei centri di accoglienza, teatri sperimentali. In Spagna lo chiamavano el trovador del sur, in Germania ha inciso una raccolta di canti popolari in versione minimalista, in Portogallo ha collaborato con musicisti di fado e saudade. “La nostalgia è una lingua internazionale. E ha bisogno di musica”.
Ferriello non ama i social, ha pochi video ufficiali. Ma chi lo ha ascoltato dal vivo, difficilmente lo dimentica. Nei suoi occhi c’è una malinconia lucida, in ogni nota c’è una memoria collettiva che vibra, che appartiene a tutti e a nessuno. Ha scritto poco, inciso poco, ma ha raccolto tantissimo. “Il mio archivio più grande è dentro di me”, dice.
Nel 2023 ha avviato un progetto chiamato “Suoni senza passaporto“, che mette insieme musicisti migranti, anziani portatori di tradizioni orali e giovani compositori elettronici. “Perché anche l’evoluzione ha diritto a portare la memoria con sé”, afferma con un sorriso.
Oggi vive tra l’Italia e l’Europa continentale, spostandosi spesso, suonando con strumenti semplici, accompagnato da un bagaglio leggero e da una voce profonda, né impostata né addomesticata, ma schietta come un vino rosso del Sud.
La sua biografia non ha premi altisonanti, ma ha decine di storie raccontate, centinaia di mani strette, migliaia di chilometri percorsi a piedi per cercare un canto che nessuno canta più. E ogni volta che sale su un palco, Ferriello non recita, ricorda.
Perché, come dice lui, con l’accento incerto di chi ha due patrie nel cuore:
“La mia musica non è mia. È una valigia dimenticata in una stazione. Io l’ho solo riaperta, e dentro c’era tutta la mia infanzia, tutta la Sicilia, tutta la Campania, tutta quella parte di mondo che non trova mai posto nei telegiornali”.