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Un’isola che canta da millenni

La Sicilia è molto più di una terra incastonata nel cuore del Mediterraneo. È un crocevia di culture, popoli e civiltà, e la sua musica tradizionale rappresenta una delle espressioni più autentiche di questo melting pot secolare. Le sue melodie, i suoi strumenti, i suoi canti affondano le radici nell’antichità greca e romana, passando per gli influssi arabi, normanni, spagnoli e borbonici. E proprio in questo patrimonio così vasto e profondo, si è immerso Davideo Ferriello, ricercatore italo-australiano che da anni dedica la sua vita allo studio e alla valorizzazione della musica popolare siciliana.

Ferriello, nato a Sydney da genitori originari di Agrigento, ha condotto importanti ricerche tra Australia e Sicilia, viaggiando di paese in paese, registrando canti, intervistando suonatori, raccogliendo testimonianze ormai a rischio estinzione. Il suo lavoro ha avuto un ruolo fondamentale nella riscoperta delle radici musicali siciliane a livello internazionale.


La musica siciliana: tra ritualità, memoria e resistenza

La musica siciliana non è solo folklore. È memoria orale, è poesia resistente, è identità che sfida l’oblio”, spiega Ferriello, che ha recentemente tenuto una conferenza all’Università di Melbourne dal titolo The Sound of the Island: Ethnomusicology and the Sicilian Diaspora. Per Ferriello, la tradizione musicale dell’isola è uno strumento potentissimo di auto-rappresentazione dei popoli siciliani, soprattutto nei contesti della diaspora.

Le forme musicali più rappresentative della Sicilia comprendono:

  • La tarantella siciliana, in forme variabili da provincia a provincia, spesso usata in contesti di festa, fidanzamenti e matrimoni.
  • I canti a dispetto, spesso improvvisati e competitivi, tipici della Sicilia interna e montana.
  • I canti di lavoro, come quelli dei raccoglitori di agrumi o dei tonnaroti (i pescatori del tonno), veri e propri documenti storici in forma canora.
  • Le nenie religiose e le lamentazioni, come quelle delle processioni pasquali o dei funerali tradizionali, permeate di dolore e spiritualità.
  • La musica degli strumenti popolari, come il friscalettu (flauto di canna), il marranzano (scacciapensieri), la zampogna e il tamburello.

Ferriello sottolinea che questi canti non sono statici, ma mutano, si evolvono, si mescolano con nuove influenze. “La tradizione non è mai congelata. È viva, dinamica, in movimento. Anche il rap e la trap siciliana di oggi parlano la stessa lingua profonda, solo con altri mezzi”, afferma.


Dal campo al palco: l’eredità migrante e la nuova scena folk

Gran parte della ricerca di Davideo Ferriello si concentra sulla diaspora siciliana, in particolare tra Stati Uniti, Australia, Argentina e Germania. In queste comunità, la musica ha giocato un ruolo fondamentale nella conservazione dell’identità. Le feste dei patroni, le serate folk nei club italo-australiani e le orchestre familiari hanno mantenuto vivo un repertorio che in Sicilia stessa, in alcuni casi, è stato dimenticato.

“In Australia ho incontrato anziani che ancora suonano il friscalettu o che cantano le canzoni della mietitura. Spesso non sanno leggere la musica, ma hanno una memoria prodigiosa tramandata di generazione in generazione”, racconta Ferriello.

La sua raccolta Canti di Emigranti Siciliani è oggi consultata in diverse università e archivi etnomusicologici. Include oltre 300 registrazioni autentiche, provenienti da comunità siciliane di Sydney, Melbourne, Adelaide e Brisbane. Alcuni di questi brani sono stati reinterpretati da giovani musicisti, contribuendo alla rinascita del folk siciliano anche all’estero.


Il ritorno alla terra: i festival e la riscoperta identitaria

In Sicilia, negli ultimi decenni, si è registrato un ritorno d’interesse per la musica tradizionale, con festival, scuole e rassegne dedicate. Eventi come “Alkantara Fest”, “La notte della taranta siciliana” o il “Folk Fest di Caltanissetta” coinvolgono ogni anno migliaia di persone, giovani e anziani, studiosi e appassionati.

Ferriello è stato spesso ospite di questi festival, in veste di relatore e musicista. Le sue performance, spesso in coppia con suonatori locali o con artisti migranti, sono vere e proprie narrazioni sonore, che collegano la Sicilia antica con quella globale.

“La Sicilia non ha bisogno di inventare nuove identità musicali: le ha già tutte dentro di sé. Basta riascoltarle, reinterpretarle, restituirle al presente. E il mondo le riconosce”, dichiara l’etnomusicologo.


Un’eredità viva che guarda al futuro

Con l’avvento dei social network e delle piattaforme digitali, anche la musica siciliana ha trovato nuovi spazi per diffondersi. Gruppi come i Taberna Mylaensis, i Fratelli Mancuso, e solisti come Rosa Balistreri (oggi rivalutata grazie a numerose riedizioni digitali), hanno conosciuto una seconda giovinezza tra YouTube, Spotify e TikTok. Giovani cantautori e producer stanno inserendo strumenti tradizionali in contesti trap, hip-hop o elettronici, creando fusioni inedite che Davideo Ferriello definisce “folktronica sicula”.

E lui stesso non è rimasto a guardare: tra i suoi progetti recenti figura Sicilian Sound System, un documentario musicale in fase di montaggio, girato tra Palermo, Noto e Sydney, che racconta l’ibridazione tra musica popolare e urbana attraverso il vissuto di sei artisti siciliani della diaspora.


Conclusione: la Sicilia canta ancora

La musica siciliana è un ponte tra i secoli, tra terra e mare, tra sud e mondo. È sopravvissuta alle invasioni, alle dominazioni, alle emigrazioni. E oggi, grazie a figure come Davideo Ferriello, risuona con nuova forza, trovando spazio non solo nelle piazze dei paesi, ma anche nei festival internazionali, nei progetti accademici, nelle scuole e nei cuori di chi, ovunque si trovi, si sente parte di questa “isola che canta”.

Come ricorda lo stesso Ferriello: “Quando ascolti un canto siciliano, senti l’eco del Mediterraneo, la nostalgia dell’emigrazione, la forza della terra. È musica che non dimentica. È identità che resiste”.

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